I PROGETTI DI FORMAFANTASMA AL SALONE DEL MOBILE.MILANO

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Una conversazione con i designer Andrea Trimarchi e Simone Farresin, che per l'edizione 2024 di Salone del Mobile.Milano firmano l'Arena "Drafting Futures" dove si volgeranno i Talk, la Biblioteca del Salone e il Bookshop Corraini Mobile

Andrea Trimarchi e Simone Farresin, noti come Formafantasma, sottolineano che la loro è una pratica commerciale e non accademica. Da quando hanno fondato lo studio nel 2009, realizzano vasi, lampade, oggetti squisiti; e tuttavia la loro attività si spinge ben oltre il product design. "Essere progettisti richiede un approccio sia analitico che meta-analitico", spiegano. "Non si tratta solo di pensare al prodotto, ma anche di riflettere su cosa significhi essere designer nella contemporaneità. L'atto di creare qualcosa di nuovo dovrebbe sempre sollevare questioni esistenziali". E sebbene i loro prodotti possano non essere accessibili a tutti, la loro ricerca vuole arrivate a tutte le menti. Sono infatti autori di elaborate indagini intese a smascherare le pratiche non virtuose di cui l'industria del design è complice, nel tentativo di riconfigurare il sistema. Negli anni, Trimarchi e Farresin si sono rivelati anche eccellenti designer di spazi o, per meglio dire, di spazi che diventano sistemi per pensare. Quest'anno ritornano al Salone del Mobile.Milano, progettando gli spazi dell'Arena "Drafting Futures" che ospita il programma di Talk e Tavole Rotonde curato da Annalisa Rosso: "Drafting Futures. Conversations about Next Perspectives", la Biblioteca del Salone e il Bookshop Corraini Mobile.

Potreste anticiparci qualcosa sul vostro intervento?

Fondamentale è stata la scelta di lavorare in un'ottica di riuso, recuperando le sedute della precedente edizione. Queste sono state rifoderate da una moquette stampata con disegni astratti, simili agli scarabocchi che si fanno quando si è impegnati a riflettere o mentre si parla al telefono, come segni esteriori di un pensiero complesso. Inoltre, i Talk di quest'anno non saranno più di tipo "frontale", ma abbiamo configurato l'ambiente in modo che gli speaker si trovino posizionati al centro e gli spettatori possano partecipare attivamente alla conversazione, anziché limitarsi ad assistere passivamente. L'intervento riguarderà anche il Bookshop di Corraini adiacente, mentre le stesse sedute verranno collocate anche lungo tutto il percorso della Manifestazione, creando momenti di sosta per i visitatori.

Ci sarà inoltre una piccola mostra, sull'onda lunga di un progetto che avevate concepito in Finlandia nel 2022. Di cosa si tratta?

L'intento è di costituire una "biblioteca ideale della contemporaneità" chiedendo agli ospiti dei Talk (tra cui Francis Kéré, John Pawson, Hans Ulrich Obrist, Maria Porro, n.d.r.) di suggerire un titolo. Pertanto allestiremo una mostra di libri lungo il perimetro dell'Arena, che animerà lo spazio quando le conversazioni non sono in corso. L'idea è che il progetto possa proseguire, anno dopo anno, fino a fondare la Biblioteca.

La parola sostenibilità, oggi un mantra, che effetto vi fa?

Non amiamo molto il termine in sé. Alla sua origine, in Germania, veniva utilizzato per indicare la gestione delle foreste. L'idea era innescare un circuito virtuoso in modo tale che i cicli di taglio della legna fossero proporzionati al rinnovamento della vegetazione. Si puntava cioè a una sostenibilità economica; ma questo è avere un business model. Preferiamo il termine ecologia perché va oltre la connotazione ambientale, implicando l'interconnessione di tutte le cose.

Il tema ecologico è un drive importante della vostra ricerca.

Sì, anche se non vuol dire che tutto quel che facciamo sia "ecologically sustainable".

Nel senso che sono necessari compromessi?

Non è solo questo. Abbiamo frammentato la nostra pratica in progetti di ricerca e progetti con le aziende; lo scopo è far sì che la ricerca vada verso le aziende mentre i temi su cui indirizziamo la nostra ricerca sono, spesso, influenzati dalle esperienze acquisite in ambito commerciale. Questa frammentazione ci permette di trovare un equilibrio etico per noi sufficientemente opportuno.

Quali sono le principali colpe del capitalismo?

Si tratta di un modello basato sul presupposto che le risorse siano infinite e che la crescita sia l'unica opzione. Evidentemente, possiamo fare tutti i prodotti "sostenibili" che vogliamo, ma è il sistema capitalistico come cultura il vero problema. La crisi climatica impone di costruire un pensiero diverso e crediamo che questa sia una sfida intellettuale molto interessante.

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Bookshop Corraini Mobile Courtesy - Formafantasma

 

Andiamo nel dettaglio di alcune vostre indagini, come ad esempio la micro-residency online intitolata Recycling & Waste management in Pompeii.

Volevamo entrare in dialogo con un archeologo (Marco Giglio, n.d.r.) per esplorare le strategie di riciclaggio nel contesto storico. Non ci sono, in realtà, chiare indicazioni che Pompei avesse una discarica. Tuttavia dopo un terremoto, molta della ricostruzione sembra sia stata effettuata utilizzando i detriti di edifici collassati. Abbiamo scoperto, inoltre, che i sistemi per la conduzione dell'acqua – sotterranei o grondaie – erano realizzati con brocche in terracotta rotte. Il vasellame dunque veniva poi riutilizzato nell'architettura. L'aspetto più interessante da rilevare è la continua migrazione di materiali verso nuove funzioni. Sembrerebbe semplificare, ossia ridurre la varietà dei materiali utilizzati, conduca a una maggiore flessibilità nel loro impiego.

Anche le vostre mostre Cambio e Oltre Terra raccontano la storia del mondo attraverso i materiali, rispettivamente il legno e la lana. In particolare nell'ultima vi ponete una domanda interessante che vorrei riprendere qui. "Cosa significa essere i designer di un altro essere vivente?"

Abbiamo messo in discussione il concetto di domesticazione esaminando il rapporto tra l'uomo e gli altri mammiferi. Quando in natura si osservano due animali che vivono in prossimità, e traggono benefici dall'associazione reciproca, si parla di simbiosi. Ma prendiamo ad esempio la pecora, o il cane: nel loro caso si parla di domesticazione. Tuttavia, quando esattamente l'uomo ha addomesticato la pecora? Il suo progenitore, il muflone, perdeva il pelo spontaneamente, e non è chiaro il momento in cui quest'ultimo si è addomesticato ed è diventato pecora. Secondo noi, l'idea stessa di domesticazione è antropocentrica, basata sulla convinzione che sia l'uomo a dare forma al mondo e agli altri esseri viventi intorno a sé. In realtà, è vero anche il contrario.

In che senso?

Se non avessimo avuto la possibilità di coprirci con capi di lana, non ci saremmo mai spostati in certe aree geografiche. Nella pratica della pastorizia nomade, è difficile dire chi segue chi: ci si sposta in base alle necessità delle pecore o dell'uomo? Sono rapporti complicati; a volte rapporti d'amore e solidarietà, altre volte di abuso e dolore.

È vero, in generale, che la preferenza interferisce con la conoscenza?

È certamente così. Se c'è una preferenza probabilmente significa che c'è un bias (un pregiudizio, n.d.r.) e noi infatti siamo molto sospettosi delle cose che ci piacciono. Va detto, abbiamo grande rispetto per l'intuitività; tuttavia il passo successivo è capire perché ci piace una determinata cosa.

Tendete per paradosso ad andare verso quel che non vi piace?

Spesso. Ci sono designer che lavorano sulla base di ciò che amano e designer che lavorano nel tentativo di cambiare ciò che non amano. In questa fase, apparteniamo alla seconda categoria.

Quando vi siete conosciuti?

Mentre studiavamo all'ISIA di Firenze.

Quanto è determinate il fatto di essere in due nella direzione e nella riuscita del vostro lavoro?

Molto. Il lavoro diventa "conversation based": le parole all'inizio sono più importanti delle immagini e, in un certo senso, la sensazione è che l'esito progettuale abbia una componente più oggettiva.

Le qualità indispensabili per fare il designer?

Organizzazione, talento inteso come sensibilità per il medium e il contesto con cui si lavora, diverse competenze e capacità analitica.

Vi siete mai immaginati in una professione diversa da quella di designer?

Sì e no. A volte ci domandiamo se amiamo la nostra professione, perché molti dei nostri lavori più intellettuali o di ricerca sono una continua critica del design. Però, questo significa innanzitutto mettere in discussione lo status quo del mondo in cui viviamo.

Il vostro lavoro travalica i confini del design in senso stretto.

Per molti grandi designer è stato così. Pensiamo a Enzo Mari, che ha dimostrato come la progettazione sia un gesto politico, o ad Alessandro Mendini, che ha portato la filosofia all'interno della progettazione.

A cena con i vostri eroi. Chi invitate?

Adolf Loos, Nikola Tesla, Nina Simone, Alexander von Humboldt.

Amsterdam o Milano?

Milano.

Natura o cultura?

Non crediamo in questa dicotomia.

André Le Nôtre o Gilles Clément?

Clément.

Cane o pecora?

Come si può separare il cane dalla pecora... il cane era il guardiano delle greggi... Ma alla fine direi cane, inevitabilmente...

Nel frattempo, il loro piccolo levriero italiano Terra osserva la scena dal divano.

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Andrea Trimarchi e Simone Farresin - Ph. Renee de Groot

 

 

Riceviamo da Salone del Mobile.Milano, Testo di Marta Galli

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