Il piacere di ridere

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Se provassimo a non considerarla una cosa senza importanza, forse scopriremmo che non siamo fatti solo di desideri, pensieri e disturbi psicosomatici, ma che abbiamo in noi una preziosa risorsa per autorigenerarci: la risata.

Il riso, lungi dall’essere stupido e futile, è anche una potente arma dell’intelligenza, che ci permette di prendere la giusta distanza dai problemi, di ridimensionarli e di mettere in crisi i nostri avversari.

E non è un caso che nelle prime pagine del romanzo Il nome della rosa proprio il riso sia al centro di una dottissima e accesa discussione tra il francescano Guglielmo da Baskerville e il venerabile Jorge.

A Guglielmo, che gli ricorda i martiri cristiani che si erano serviti di facezie per ridicolizzare i nemici delle fede – come san Mauro che davanti al capo dei pagani che l’avevano messo nell’acqua bollente si lamentò che il bagno fosse troppo freddo, così lo stolto ci mise una mano dentro per controllare e si ustionò – l’anziano benedettino replica irato: “Il riso squassa il corpo, deforma i lineamenti del viso, rende l’uomo simile alla scimmia”.

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Il francescano gli fa allora gentilmente notare che le scimmie non ridono e che il riso è proprio dell’uomo, segno della sua razionalità e quindi anche della sua capacità di mettere in discussione le verità più accreditate.

E questo il venerabile lo sapeva quando invitava i suoi monaci ad astenersi da una pericolosa e destabilizzante fonte di dubbio perché chi “ride non crede in ciò in cui si ride ma neppure lo combatte”. Così il riso ci è proprio in quanto essere umani.

Nessuno sa quando una risata risuonò per la prima volta sulla terra e perché; nessuno ci ha insegnato a ridere ma ogni bambino esprime il proprio piacere ridendo, ancor prima di pronunciare le prime parole e la madre che lo osserva ride a sua volta, intenerita dai suoi incerti tentativi di comunicare, ma già il riso a stabilire fra loro una comunicazione profonda e viscerale.

Nella sua strenua difesa del riso, il saggio Guglielmo evidenziava anche una qualità che la cultura occidentale avrebbe poi rivalutato e di cui forse quella orientale è sempre stata consapevole: le virtù terapeutiche della risata, da lui definita “una buona medicina per curare gli umori e le altre affezioni del corpo, in particolare la melanconia”.

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Antica saggezza francescana che ha avuto una conferma negli studi scientifici ed ereditata da un famoso medico dei nostri tempi. Quel Patch Adams che si travestiva da clown per curare i suoi piccoli pazienti e che, attraverso il gioco e le sue storie buffe regalava loro ottimismo e spensieratezza durante le lunghe degenze in ospedale.

I bambini reagivano bene alla “terapia del sorriso”, che grazie a dosi massicce di buon umore spesso ne accelerava la guarigione, dimostrando così ancora una volta quanto il corpo e la psiche siano legati a filo doppio.

Non sarebbe male se noi adulti cosiddetti sani considerassimo la risata come una sorta di terapia cui dedicare alcuni minuti della nostra giornata, una sorta di ginnastica quotidiana. La metafora non è casuale se è vero che una risata – come assicura il professor Williams Fry della Stanford University – equivale a un minuto di vogatore, è un ottimo allenamento per i muscoli facciali e addominali, e riduce i rischi di infarto.

Ridere fa buon sangue: ne migliora la circolazione e previene le malattie cardiovascolari. Come se non bastasse “mobilita il diaframma ossigena i polmoni, rinforza il sistema immunitario e attiva la secrezione delle endorfine e della serotonina, i mediatori chimici del buon umore.

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Non è quindi solo il nostro corpo ad essere coinvolto nell’allegra performance ma la nostra stessa percezione della realtà, che riusciamo quasi sempre ad affrontare in modo più che costruttivo una volta che siamo riusciti a riderci sopra.

Questo perchè ridere migliora l’autostima e nello stesso tempo riduce lo stress e l’ansia facilitando i rapporti interpersonali e anche il lavoro. L’aria nei polmoni non è l’unica cosa di cui la risata favorisce il ricambio: ridendo ci liberiamo delle tensioni accumulate per recuperare tutta l’energia e la creatività originarie che si nascondono dietro a paure e autocensure.

Il riso scioglie inibizioni e resistenze psicologiche facendoci tornare bambini. Certo esistono anche altri modi per rigenerare le nostre energie psichiche, ma non sempre in ufficio abbiamo la possibilità di fare training autogeno né chi metteremmo a meditare in ufficio o mentre siamo in coda all’ufficio postale.

Un’occasione per farsi una bella risata si trova in quasi tutti i contesti e così anche persone disposte a condividere con noi questa piacevole esperienza. Tra gli psicologi che vedono nel riso un efficace rimedio per prevenire e curare le malattie dell’anima c’è il dottor Franco Scipo, che proprio in una di quelle famose giornate in cui tutto sembra andare storto, scoprì casualmente l’effetto catartico ed euforizzante della risata.

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Gli consentì non solo di sdrammatizzare le sue disavventure ma anche di conoscere un nuovo approccio terapeutico: “la gelontologia” (dal greco gelos che vuol dire ridere).  Altrettanto determinante è stato per lui l’incontro con il dott. Kataira, uno specialista indiano della risata, che nelle terapie di gruppo sa mescolare  sapientemente esercizi di stretching e tecniche di respirazione.

Il riso si sposa allo yoga, frutto di un’antica sapienza orientale, nel rimettere in circolo l’energia. D’altra parte il della psicoanalisi Sigmund Freud, non  ignorava le virtù “economiche” della risata, dei motti di spirito e della comicità, capaci di liberare desideri inconsci, risparmiando l’energia psichica necessaria a inibirli e assicurando così a chi ride il massimo del piacere con il minimo dello sforzo.

Quindi psicoanalisi, saggezza orientale e medicina sono d’accordo su questo punto: una risata al giorno toglie il medico di torno, motivo per cui dovremmo autosomministrarci almeno una quindicina di minuti al giorno dell’esilarante medicina.

Con un bel risparmio di tempo oltre che di energia psichica: secondo i buddisti 15 minuti di risate corrispondono a sei ore di meditazione, e se non dovessero bastare a farci raggiungere l’illuminazione e la santità, quanto meno ci avvieranno nella giusta direzione.

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L’umorismo e l’autoironia di cui sono ricche molte storielle ebraiche ci insegnano che è possibile relativizzare le difficoltà di tutti i giorni, considerandole da altri punti di vista. Di fronte a una situazione che sembra senza vie di uscita o inevitabile, la creatività e l’ingegno che si nascondono in un azzeccato motto di spirito o in un’osservazione arguta ci regalano una bella risata e, a volte, la soluzione del problema.

La vita, la morte, il matrimonio, la religione: non c’è argomento che la cultura ebraica non sappia affrontare con una sana e costruttiva risata, al punto che l’umorismo diventa irrinunciabile per la comprensione degli altri, del mondo e del divino.

E forse si può arrivare a ridere di certe cose che Dio ha combinato nella sua immensa capacità creativa. I bambini giocano e ridono in piena libertà durante il rito religioso, gli adulti nutrono lo spirito di gioco durante la festa del sabbath, le nozze e il canto in sinagoga.

E in uno dei testi fondamentali della religione ebraica, la Cabala, si legge che “quando una risata erompe tra le lacrime si aprono le porte del cielo”. Nata per farci trascendere la nostra condizione di impotenza e malinconia, la risata deve sgorgare dall’anima profonda e spontanea.

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Ridotto a un rituale superficiale e codificato, perde la sua efficacia rigenerante – osserva Michelangelo Tagliaferri, sociologo della comunicazione – nella società di oggi spesso si ride perché bisogna, perché c’è l’abitudine o la convenzione di ridere di certe cose. Ma i motti di spirito sono sempre più rari e non c’è più la capacità di guardare con ironia le cose comuni di tutti i giorni.

Il riso è stato spettacolarizzato e regolato: si ride davanti alla tv perché c’è un certo attore che ci deve far ridere ma di satira, quell’incredibile, destabilizzante e autentica vox ridens populi, quasi non se ne vede più. Quando la televisione non esisteva, tutti ridevano leggendo le irriverenti poesiole scritte da un tale Pasquino sui muri della città.

Adesso vedere qualcuno che ride da solo in metropolitana suscita pensieri sospettosi o invidiosi invece che emulativi. È tipico della nostra cultura, che codifica i nostri comportamenti e non lascia spazio alla spontaneità. Il risultato è una società sterilizzata che non ride e non piange più.

Gli unici che non si fanno problemi a ridere e a piangere tutte le volte che ne hanno voglia sono i bambini. Per loro il riso è un modo d’imparare a creare. Per gli adulti potrebbe essere invece una buona occasione per recuperare la propria parte infantile, quella parte antica e istintiva che hanno per troppo tempo represso o dimenticato.

Francesca Tozzi

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