Eros: guardare non toccare

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Eros, in greco amore. Nulla di languido nell’universo della mitologia classica, nessuna concessione romantica o tentennamento cattolico: non amore come dono o come attesa, bensì amore come desiderio fisico, come conquista, come passione.

Affascinante nella sua compiuta essenzialità, il paradigma della rappresentazione classica non pare però più coincidere con l’ampiezza di significato che noi attribuiamo alla parola amore.

Spogliato della purezza onnipotente del mito e divenuto umano, l’amore si rivela narrazione complessa – quando non complicata – di relazioni ed emozioni.

Al dominio della forza e del potere, al nudo incontro dei corpi si sovrappone e si intreccia una sfumata molteplicità di sentimenti che spaziano dalla complicità alla pietas, dalla tenerezza filiale alla dedizione, dall’affetto all’ossessione. 

Eros e amore non sono più sinonimi. All’interno della nostra estesa sensibilità amorosa l’erotismo individua piuttosto l’anticamera del sesso e del possesso, descrivendo l’intreccio degli istinti, dei gesti, dei comportamenti che costituisce la sfera del desiderio sessuale di ciascuno di noi.

In un certo senso, l’erotismo agisce da stanza di decompressione congegnata per tenere sotto controllo la brutale immediatezza degli istinti, là dove le pulsioni vengono deviate dalla concretezza del reale verso una dimensione immaginifica e fantastica.

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Sofisticato scambiatore di energia, l’erotismo costituisce però uno straordinario serbatoio di fantasia e immaginazione: se per un verso funziona come riduttore di potenza degli istinti, basta rovesciare il flusso di questo interruttore a due vie per farne un imperioso acceleratore di desiderio.

Uno schema apparentemente semplice, in realtà un meccanismo terribilmente complicato: dimensione squisitamente individuale, l’erotismo non è certo una scienza esatta. Se il compimento dell’atto sessuale costituisce il punto di fuga della prospettiva descritta dall’erotismo, i meccanismi del desiderio non sembrano affatto seguire dei percorsi lineari.

Non a caso la sfera dell’immaginario erotico è diventata terreno privilegiato delle investigazioni psicoanalitiche, sofisticata forma di enigmistica dell’identità contemporanea.

Pur con molte cautele, è comunque possibile affermare che l’erotismo deve molto al potere evocativo delle immagini. Sotto forma di esperienza diretta, di ricordo, di rappresentazione, di fantasticheria, di fugace sguardo rubato, l’apparente realismo delle immagini da sempre alimenta la dimensione visionaria dell’erotismo.

Ma sarebbe un errore sottovalutare il potere supremo della parola o la forza evocativa degli altri sensi, la capacità immaginifica di un timbro di voce, di un odore, di un sapore, di una carezza. Nella sua monumentale Recherche, Marcel Proust affida il punto G del proprio personale universo erotico a un biscotto, una tenera Madeleine capace di scatenare vere e proprie tempeste di emozioni e, forse, di ormoni.

Da quando però le immagini costituiscono il pervasivo tessuto connettivo della contemporanea società della comunicazione di massa, il loro ruolo sembra aver perso molto del passato fascino. Tanto sfacciate e onnipresenti quanto manipolate e devianti, le immagini non sono più il luogo privilegiato della fantasia quanto del potere.

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Come ha scritto Marc Augé, dove sfuma il confine fra ciò che ho visto, ciò che vedo, ciò che vorrei vedere, realtà e finzione si confondono: qui l’impalpabile magia dell’erotismo arretra per lasciare posto alla più sguaiata pornografia.

Un intero universo di abiti, di accessori e di oggetti esplicitamente erotici sono banalizzati e ridicolizzati, poco importa se l’usura avvenga nella finta allegria dei porno-shop o nel porno-soft delle passerelle delle sfilate di moda.  L’eccitante mistero dell’attimo rubato, celebrato da Baudelaire, muore di fronte al potere infinito del replay di un qualsiasi videoregistratore. Allo stesso modo vacilla l’efficacia della similitudine.

Se ancora un secolo fa, le immagini sinuose del liberty evocavano le agognate e celate nudità dei corpi, oggi l’esposizione permanente dell’epidermide annulla la funzione provocatoria della forma.

Come suggeriva in un recente volume il filosofo Mario Perniola parlando del sex appeal dell’inorganico, oggi forse occorre cercare l’erotismo lavorando per contrasto e per dissonanza, non dove tutto è esibito ma nelle pieghe nascoste della materia, non nella sfera dell’animato quanto in quella delle cose e degli oggetti.

Parrebbe dunque lecito pensare al design quale luogo deputato dell’erotismo contemporaneo. Diciamo subito che così non è, quanto meno pensando a quei maestri del design moderno, affascinati dall’efficienza della funzione, incantati dalla precisione della macchina, ossessionati dal mito dell’industria.

Solo nel caso di una nevrosi conclamata si potranno considerare erotici i tubi della Wassily di Breuer o gli spigoli della Zig-Zag di Rietveld. Sempre volendo escludere le pratiche estreme dell’erotismo sado-masochista.

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Allo stesso modo, solo su un potentissimo complesso di colpa potrà rendere sensuali i casti mobili di Alvar Aalto. Paradossalmente, anche gli universi peccaminosi evocati negli oggetti e nei progetti di un geniale erotomane quale fu Carlo Mollino ci appaiono oggi poco più che infantili.

Cancellata la magia del tabarin dai 100 locali di lap-dance; surclassati i suoi oggetti antropomorfi dall’esplicita citazione degli arredi pop: se Mollino stupiva disegnando una sedia che riproduceva il morbido raddoppiarsi delle natiche, Allen Jones si è spinto all’iperrealismo feticista.

Nulla di meno eccitante poi della conquista di comportamenti liberati. I disinvolti anni ’60 e ’70 ci hanno lasciato oggetti bellissimi ma sostanzialmente giocosi, colorati, quasi infantili. Divani infiniti, ininterrotte superfici morbide, modulari, componibili su cui rotolarsi senza vergogna e senza peccato.

Forse, oggi è possibile pensare all’erotismo solo in una dimensione involontaria, quasi casuale, che vive di sorpresa e straniamento. Nel suo film Spostamenti progressivi del piacere del 1974, lo scrittore e cineasta Alain Robbe-Grillet, alfiere del nouveau-roman, trasformava un’innocua dozzina di uova in un detonatore dell’immaginario erotico.

Nessun atto esplicito, nessun contatto, quasi nessuna azione: solo tuorli e albumi che scivolano su di un corpo nudo, alla casuale ricerca di un punto di quiete nella piega di un braccio, sulla curva di una schiena, nella concavità di un grembo.  Mai neppure menzionate nelle liste degli alimenti afrodisiaci, le uova diventano improvvisamente capaci di accendere il desiderio, in virtù del loro movimento involontario, del loro insinuarsi innocente, dello scivolare impudico.

Sovvertire il meccanismo delle attese, dribblare ogni aspettativa, lasciarsi sorprendere dai sensi. Nel 1934 Bruno Mathsson disegna una poltrona di legno curvato, non molto diversa da quelle di Aalto e di Breuer. Accanto alla versione più austera, con la seduta realizzata in nastri di stoffa intrecciati, ne presenta una foderata in pelle d’agnello: inattesa Venere in pelliccia, cortocircuito improvviso fra l’esile nudità della struttura e la voluttà di un abbraccio.

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Effetto opposto e simmetrico quello dei profondi tappeti di lana disegnati all’inizio degli anni ’70 da Roberto Gambetti e Aimaro Isola con l’effigie di esotiche tigri e orsi selvaggi. Fascino animale.

Cuoio e pelle sono sensuali, ma, forse, più della consumata impuntura di un divano Chester o di quella algida ed esatta di una Barcelona di Mies, sorprende il cuoi teso di una T chair, seggiola in acciaio di William Katavolos, Ross Littell & Douglas Kelly, autentica icona degli anni ’50.

 Attenzione alla luce.: poche cose raggelano più di una efficiente lampada razionale: dove tutto è in piena luce nulla si può immaginare. Meglio una trappola luminosa come quelle disegnate da Poul Henningsen, maestro nel disporre lame capaci di nascondere la lampadina e modulare ambigue penombre.

O un’eterea struttura di Serge Mouille, piccoli paralumi neri come coppe di bikini stagliate sul muro. Confondere le carte, scambiare i luoghi, tradire il tempo. La cucina e l’ufficio paiono da sempre sollecitare inconfessabili fantasie. Anche il ritmico oscillare di un’innocua lavatrice può titillare il desiderio. 

Per non parlare di un tavolo ingombro di farina o di un fornello, entrati di diritto nell’immaginario collettivo grazie a una celebre versione cinematografica de Il postino suona sempre due volte. Ma non legno, bensì la serica, immacolata purezza del Corian o l’incorruttibile, scintillante superficie dell’acciaio, campioni di virtù da profanare con voluttà.

E in ufficio non rinunciare a uno specchio e lasciarsi tentare dalle zoomorfe fattezze del tavolo Nomos di sir Norman Foster, zampe d’acciaio sotto a una lastra di impeccabile cristallo. Ammettiamolo: non ci sono regole e non esiste un catalogo di oggetti erotici di per sé.

Ciascuno può compilare il proprio regesto intimo tessendo la personale trama dei ricordi e dei desideri.  Di certo, però, assediati dalle immagini, dobbiamo imparare a ritrovare il mistero nelle cose, tradire le abitudini per riscoprire il lato nascosto dei gesti quotidiani, degli oggetti che ci circondano. Anche nella turgida elasticità del tasto del computer che ora spingo per porre un ultimo, piccolo punto: questo.

Credits immagini: Toni Thorimbert

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