Vestirsi di sogni italiani

ARMANI_defLo stato dell’arte dello stile italiano, specchio di un Paese patchwork “Paura e buon gusto a Milano” potremmo dire, di questi tempi, a proposito di moda italiana. “Paura” della concorrenza che diviene sempre più spietata e arriva da mercati agguerriti quanto poco noti fino a pochi anni fa, come la Cina e i Paesi dell’Est.

“Buon gusto” perché, se comunque residua un ultimo significato estetico e simbolico a ciò che viene pensato e realizzato in Italia in fatto di abbigliamento, lo si deve proprio a questa sorta di dote di qualità, di virus benefico inserito nel nostro Dna. Ma c’è anche un altro senso nel parafrasare quel Fear and loathing in Las Vegas, bibbia lisergica di Hunter S. Thompson, divenuto anche film con Johnny Depp, che era un viaggio alla mescalina nell’american dream già irrancidito dei primi anni Settanta.

Allo stesso modo tutto l’apparato di sfilate di moda, manifestazioni legate allo stile e al design, di pubblicazioni legate al vivere bene e al vestire ancora meglio, continuano a essere, dal 12 febbraio 1951 (segnatevi questa data), un viaggio alla volta del sogno italiano. Certo meno caleidoscopico e visionario di quello di Thompson, ma altrettanto delirante e ipercinetico, altrettanto ferocemente adesivo all’iconografia di un Paese-stereotipo come il nostro. E come ogni stereotipo che si rispetti è sommamente ambiguo, massimamente enigmatico, così l’Italia guadagna l’interesse dei giornali per motivi contradditori: la creatività o la mafia, il cinema d’autore o la corruzione.Qualche anno fa il quotidiano francese Libération ha dedicato la prima pagina a un elogio dell’audacia italiana nel regolarizzare gli immigrati, mentre negli stessi giorni il canale televisivo France Deux ironizzava sulle sentenze costituzionali che – a proposito di vestiti – sancivano la nostra impenetrabilità dei jeans, visto che una ragazza non aveva visto riconosciuto il suo diritto di fronte ai suoi aggressori perché era sigillata proprio in jeans.


L’Italia è percepita come il luogo dove nascono massimi contrasti e di fioritura di conflitti, più o meno intellettuali. La moda – uno degli specchi per eccellenza della contemporaneità – ha contribuito in gran parte a costruire un immaginario collettivo e mondiale che lega all’Italia concetti di qualità, lusso, eleganza, senso dell’estetica quasi ereditario, perpetuando un mito italico che oscilla tra schizofrenia e obiettività.
Tra folklore e contemporaneità bruciante la moda detiene di sicuro la palma della rappresentazione più fedele di questa terra così divisa. Questo deve aver pensato, a Firenze, quel 12 febbraio 1951, il conte Giovan Battista Giorgini. È una giornata freddissima, ma non abbastanza da far desistere il nobiluomo a convincere mezza dozzina di compratori del Canada e degli Stati Uniti a recarsi nella sua bellissima magione in via dei Serragli. Motivo: dimostrare ai ricchi ospiti stranieri che esiste una sensibilità estetica totalmente libera dalle imposizioni degli atelier parigini.

 modellaE che i sarti e gli artigiani italiani, titolari di celebri sartorie, sono in grado di elaborare un proprio progetto creativo. La sfilata si tiene nel salone di casa, le modelle sono giovani dell’aristocrazia toscana, dietro i paraventi c’è chi cuce, stira, fa un orlo. Ci sono pochi e selezionatissimi nomi: la principessa Giovanna Caracciolo per Carosa, le sorelle Fontana, Alberto Fagiani e Simonetta Visconti di Cesarò Colonna, che poi diviene sua moglie, Emilio Schuberth, le sartorie milanesi di Noberasko, Germana Marucelli e Jole Veneziani, l’autoctono marchese Emilio Pucci e la baronessa Clarette Gallotti.

Più nota come la “tessitrice dell’isola”.Il mix di nobiltà-estro-eredità artistica e saper vivere è di un fascino dirompente sui buyer nordamericani e canadesi, abituati a comprare solo in  Francia, dove la couture, causa guerra, ha fatto molte vittime tra gli atelier.

Il nostro Paese, provato da bombardamenti e da invasioni militari, e reso forzatamente autosufficiente dalla politica autarchica del regime fascista, si viene a trovare in posizione completamente aperta alle nuove correnti di traffico economico, con una struttura produttiva disordinata ma flessibile, per la prevalenza di piccole ditte artigianali nel settore tessile-abbigliamento, mentre Parigi fatica in quegli anni a rimettere in moto l’elefantiaco sistema dell’haute couture.

Insomma: quella sfilata casalinga è un trionfo e riscuote un tale successo di affari e prestigio che già la stagione successiva si sposta nei saloni del Grand Hotel Firenze e poi nella meravigliosa cornice della Sala Bianca di Palazzo Pitti. Le copertine dei giornali stranieri illustrano la bellezza del vestire italiano, del mangiare italiano, del vivere italiano. Almeno fino agli anni Sessanta, quando le sfilate, dopo essere state organizzate in vere e proprie manifestazioni che da Firenze trasmigrano a Roma, vengono contestate da un ’68 che le giudica esempi di produzione capitalistica condannabile in quanto sfruttatrice di abili mani artigiane che producono prodotti per soli plutocrati.

E dunque l’abito d’alta moda pronta mal si addice a tempi che richiedono divise regolamentari: eskimo, pullover peruviani, jeans, sciarpe e accessori fatti a mano, zoccoli e gonnelline folk da comprare al mercatino dell’usato. Non solo: la conseguente crisi petrolifera che impone l’austerity alla Penisola e la successiva ondata di violenza legata a movimenti politici degenerato in terrorismo, mettono in crisi il sogno italiano.
In un puro stile Thompson si potrebbe allora partire per un altro viaggio che inizia da un’ennesima copertina, quella di Der Spiegel del 1977, con una pistola su un piatto di spaghetti, fino ad arrivare all’altrettanto leggendaria consacrazione su Time, nel 1982, di Giorgio Armani, “The Gorgeuse Giorgio”.

Nel ’76 un bellissimo quarantenne dagli occhi azzurrti e i capelli già brizzolati e il suo socio Sergio Galeotti fondano infatti la Giorgio Armani e già l’anno successivo stila un contratto con il Gft, Gruppo finanziario tessile, il primo che rende finalmente possibile un pret-a-porter d’alta moda eseguito in fabbrica ma sotto la cura dello stilista. Nasce così il made in Italy come sistema, come macchina che può eseguire perfettamente ogni tappa della traiettoria-idea-bozzetto-tessuto-realizzazione-produzione-diffusione. E rinasce il glamour dello stile italiano. Con tutte le contraddizioni del caso. Ma è un glamour per nostra fortuna destinato a non essere per niente volatile. Dal suo modus operandi prenderanno ispirazione non creativa ma commerciale tutti i suoi colleghi di allora: l’ex couturier Valentino, Krizia, Gianni Versace, Laura Biagiotti, Gianfranco Ferré.

Scrive Peppino Ortoleva su Volare – L’icona italiana nella cultura globale che “l’icona dell’Italia all’estero sembra presentare sempre una sovrapposizione irrisolta tra un’immagine di modernizzazione bruciante ed esemplare, quella del design razionale e degli abiti Armani e un’immagine di lunga durata e tradizione, quella della cucina meridionale e delle attrici anni Cinquanta. La forza dell’icona, il suo fascino, sta proprio nella convivenza di questi elementi opposti. La moda, nel suo andamento capriccioso, consente di passare e ripassare dall’uno all’altro di questi aspetti, di oscillare da un’Italia tutta ‘milanese’ (cibo, abiti, design) a una fortemente ‘meridionale’, e viceversa, coniugando e distendendo nel tempo gli estremi opposti”.

versaceRegionalismi, dialetti, cucina di burro contro quella all’olio d’oliva, campanilismi, luoghi-culto di turismo che oppongono il medesimo quoziente di fascino, ma di segno opposto (Napoli versus Venezia, Roma contro Milano, Firenze o Agrigento, Cortina o Taormina?) in confronto alla centralità di Parigi che rappresenta simbolicamente tutta la Francia, a Londra che per metonimia sta per l’Inghilterra, Berlino per la Germania.
Il potere seduttivo dello stile italiano è come il riflesso frammentato delle palle specchiate che roteano nei soffitti delle discoteche: ognuno ci vede il pezzetto di sogno che vuole, quella parte di Paese immaginato che è pronto a rivestire, letteralmente, i panni della mangiamaschi alla Versace o alla Dolce & Gabbana fino a quelli algidi dell’imperatrice crudele e chic secondo Armani o Ferré, passando per la bimba ingenua disegnata da Alberta Ferretti, l’intellettuale organica di Prada, la snob un po’ “tarantiniana” di Gucci, la cultrice del surrealismo chic firmata Moschino.

Così, pronta all’uso e all’indosso, l’Italia e la sua industria dell’abbigliamento si presentano già confezionate come emblema della post-modernità, che nella frammentazione degli stili trova la sua chiave di volta, perfetta per quella ricerca della “non identità” o delle identità multiple che sembrano essere le vere, autentiche griffe marchiate su questi ultimi, inquieti anni. Irrise o lusingate dagli intellettuali, considerate “frivole” eppur così “pesantemente” espressive, le sfilate diventano perciò un punto dello spazio e del tempo che attirano gli sguardi dell’informazione e del consumo di tutto il mondo. “Gli italiani non hanno costume, essi hanno usanze. Poche usanze e abitudini essi hanno che si possano dire nazionali, ma quelle poche sono seguite soprattutto per assuefazione”, scrive Giacomo Leopardi. Ha notato Ugo Volli che “come certi souvenir turistici, l’identità italiana, poco apprezzata dai produttori, ha un ottimo mercato all’estero”.

Alla faccia di tutta la cultura venduta come avanguardista e trasgressiva, della “virtualità” e della immaterialità come frontiera ultima di un apparato sociale che naviga su Internet e pensa globale eppure individuale. “Vestire italiano” è oggi più che mai lo slogan dell’adozione di un sistema di pensiero più che il consiglio per gli acquisti di una giacca o una gonna. Soprattutto quando manovre squisitamente mercantili e per niente filosofiche stanno trasportando la proprietà delle grandi ditte nazionali in mani straniere. Sarà sugli aridi ma solidi terreni di fatturati e bilanci, quotazioni e utili diretti e indiretti che si giocherà il futuro economico dell’equazione stile italiano=sogno italiano. Notizie che suonano un po’ malinconiche, anche se riguardano un Paese patchmork come quello cui apparteniamo.

Antonio Mancinelli

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