Chi mi ama mi segua

jesus-jeansGenitori in blue jeans” è un piccolo, divertente e ironico film italiano del’59, ormai quasi dimenticato. Il regista Camillo Mastrocinque, specializzato in commedie leggere dopo i drammoni del neorealismo, esalta le capacità di Peppino De Filippo con una satira sulla nascente borghesia romana, che allora scopriva i piaceri del vizio e il vizio del piacere.

Esattamente come poi magistralmente farà, solo un anno dopo, Federico Fellini ne “La dolce vita”. Peppino, sarto avarissimo ,si dedica con attenzione più alle avventure “trasgressive” dei figli degli amici che alle profferte della buona Wanda. Li segue a Parigi dove si innamora di un’americana che si rivela una vampira di denaro. Nelle patetiche e,per l’epoca, piccanti avventure del gruppo che cerca la sregolatezza come compenso per le sofferenze patite, indossare i blue jeans appare una contestazione sociale, culturale, ma soprattutto sessuale.

È la stesa irriverenza anti-establishment che nei primi anni ’70, nella celeberrima campagna di Oliviero Toscani per Jesus, sopra un didietro femminile di sfericità giottesca fa scrivere lo slogan evangelico “chi mi ama mi segua” e negli anni ’80 fa mormorare a una quindicenne Brooke Shields che fra i suoi Calvin Klein e lei  «non c’è niente». Il jeans è anche e forse soprattutto questo: senso di libertà dalle regole, scarto della norma, deviazione dall’eleganza più composta, quindi più noiosa. Perfino oggi, che è entrato nel mainstream della moda ufficiale, insinuandosi addirittura nelle sfilate d’Alta Moda di John Galliano per Dior, Jean Paul Gaultier e Chanel ed è diventato un tessuto di volta in volta nobile, innovativo, classico, disponibile a ogni genere di sperimentazione, non perde la caratteristica di essere un indumento che parla una lingua a sé e racconta miti americani e maliziose confidenze molto europee, possibili ipotesi di democrazia vestimentaria (“Tutti in jeans!” era l’imperativo degli studenti in piazza che, essendo figli di borghesi, lottavano contro i borghesi)e promesse di esclusività, come gli attuali modelli a tiratura limitata di Karl Lagerfeld.

È stato giusto rendere omaggio a questo tessuto, che si confonde presto con il nome del modello dei pantaloni, con una grande mostra dal titolo esclamativo: “Jeans!”, realizzata nel novembre 2005 al Museo del Tessuto di Prato, curata da Daniela Degl’Innocenti. Che il jeans sia roba italiana, per l’esattezza genovese, e non delle pianure del Far West, è risaputo. Ma forse non è inutile ripeterlo. I marinai liguri utilizzavano già nel ‘500 questo indistruttibile fustagno di tela, simile a quello tessuto, con la classica armatura diagonale dai soli fili di orditi tinti con il tipico indigo, nella cittadina francese di Nîmes, da cui “denim”. Il termine “jeans”, invece, discende in linea diretta dalla storpiatura di “Genova”: nacque quando la tela blu sbarcherà in America, utilizzata per are abiti da lavoro dal signor Levi Strauss, commerciante bavarese trapiantato a New York a metà del XIX secolo, che si procura la materia prima a Nîmes quando esaurisce le partite genovesi. La mostra ospitava il “telo della passione” del Museo Diocesano di Genova, della metà del XVI secolo, probabile rivestimento di una cappella.

denim-jeansLa rassegna esponeva anche “A.n.g.e.l.o.”, il famoso archivio di Lugo di Romagna specializzato in abbigliamento vintage e l’archivio Masi: pezzi preziosi dagli anni Venti agli anni Sessanta con prevalenza dei marchi che hanno segnato la storia americana del jeans. Una curiosità: quelli da donna sono degli anni Quaranta e in tessuto più leggero, considerato dalla Levi’s più adatto ad assecondare le rotondità. Una sezione della mostra era dedicata alla Super Rifle che ha aperto i suoi archivi per quell'occasione, con pezzi dagli anni ’50 agli anni ’80: in mostra il modello “Garyb”, il primo dei Rifle, ispirato ai pantaloni di Garibaldi.

Sembra impossibile che possa esserci un “altro” jeans, eppure c’è: sdruciti, dilavati,cartonati, fluidi, scampanati, slabbrati, stone-washed, vissuti, nuovissimi, stretch, strappatai, bucati, dipinti, laminati, rammendati, impunturati, sfrangiati, infangati, sartoriali, patchwork, ricamati. La loro cifra si è progressivamente articolata nel tempo, come un dialettico sviluppo nell’ambito di un unico discorso.

Fino alla II Guerra Mondiale il jeans rimane abito da lavoro, per poi tingersi dell’alone romantico della “conquista del West”. In Europa arriva insieme alle armate americane. Il cinema americano traina il boom del casual e i jeans entrano nelle case dei giovani con i primi idoli del cinema e del rock’n’roll: da James Dean a Elvis Presley. In questo periodo diventa il manifesto della voglia dei giovani di prendere le distanza dall’ipocrisia degli adulti. Alla fine degli anni’70 le varie griffe si impadroniscono del jeans come parte integrante del loro prêt-à-porter. Nasce il jeans firmato, autoriale. A partire dagli anni ’80 ogni brand ha una linea jeans. Dopo il periodo “neohippy” di Gucci, con jeans a vita bassa, ecco il finto trasandato con applicazioni colorate di altri materiali di Versace, i modelli con inserti di pitone di Roberto Cavalli. È diventato status-symbol di lusso. Massima utopia di moda democratica, il blue jeans oggi è polisemico e multi significativo: e alla fine torna in mente il paragone con le antiche pergamene del Medioevo. Per risparmiare carta preziosa, i palinsesti venivano raschiati e riscritti, ma il messaggio precedente non veniva dimenticato. Mai.

Antonio Mancinelli

 

 

 

 

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